Posso parlare, al moren guarit?
Sloveno, natisoniano, lingua, dialetti... Boh!
Ció che sto scrivendo dopo la lettura di una relazione sull'ultimo Consiglio comunale di San Pietro non é per criticare, ma per cercar di capire.
Non trovo una sola motivazione in tutto il mio bagaglio logico-culturale che giustifichi l'opposizione a esprimersi "po nae" in Consiglio comunale.
Anche perché il rifiuto della nostra espressione verbale, a qualsiasi livello venga fatta, é un atteggiamento che mi dá fastidio, avendolo provato sulla mia pelle nella mia infanzia.
Lo voglio raccontare.
Il mio approccio al natisoniano non é stato dei migliori.
Sono nato nel 33, anni in cui erano ormai maturi i tempi del "proibizionismo".
Mia mamma faceva la levatrice nel Comune di Pulfero e questo significava che doveva sottostare alle "regole" imposte dal podestá. E la regola era che lei doveva parlare italiano non solo sul lavoro ma anche in famiglia. Cosí la mamma, per conservare il suo posto, indispensabile alla famiglia dopo la morte prematura nel 35 del papá, non poté permettersi il lusso di trasgredire gli ordini e incominció a parlare italiano con noi figli.
Questo non mi disturbava. Tutti i famigliari, infatti, parlavano tra loro in natisoniano. Con me tentavano di parlare italiano, ma in realtá era capace di farlo solo la mamma, che parlava italiano ma cantava in sloveno. Mica le avevano proibito di cantare in sloveno!
Ricordo il caro nonno, che, ligio agli ordini della mamma, mi diceva: "Nino, la caréga!"
Lui conosceva abbastanza bene il friulano per i rapporti che aveva coi mercati di Cividale e, chi sa perché, conosceva anche qualche parola in veneziano (o veneto o triestino; non so cos'era). Era anche andato a scuola fino alla seconda elementare a San Pietro.
Con i coetanei, invece, parlavo sempre e solo in natisoniano.
A scuola la maestra parlava solo italiano anche perché il natisoniano, penso, non lo conoscesse. Ma anche a scuola parlavamo solo natisoniano tra noi bambini. La maestra era veramente brava; la signora Galanda. Non ricordo, infatti, che ci abbia mai rimproverato per aver parlato in natisoniano.
Quello che mi dava terribilmente fastidio era, invece, il fatto che qualche coetaneo, quando voleva offendermi, ricorreva sempre al fatto che in famiglia mi facevano parlare italiano.
Questo mi dava terribilmente fastidio per tanti motivi: prima di tutto perché il compagno aveva sempre a disposizione senza neppure pensarci un'arma per offendermi, poi perché mi faceva sembrare un fenomeno e infine perché giudicavo ingiusta quell'offesa. Mica ero io a voler parlare italiano!
Comunque il fatto succedeva molto di rado e quando succedeva, sapevo rispondere e far valere le mie ragioni proprio in natisoniano.
Ma del periodo delle elementari ricordo un episodio sgradevole, molto sgradevole. Ed é questo episodio che mi ha dato sempre fastidio e forse anche per questo mal sopporto il fatto che venga impedito a qualcuno di esprimersi come crede.
Ero "figlio della lupa", sempre per "merito" della mamma.
Il sabato tutti i "balilla" e i "figli della lupa" dovevano andare a Pulfero per il "sabato fascista".
Il "sabato fascista" non era solo propaganda, era peggio, considerando la nostra giovane etá. Ci facevano marciare come soldati e addirittura ci davano il fucile in mano. C'era chi si "gasava" a prendere in mano il fucile. Io, invece, avevo un'avversione fisiologica verso quella cosa cosí pesante, ingombrante. E l'avversione maggiore era per il fatto che il fucile doveva essere trattato in un certo modo. Mi sembrava ridicolo e stupido fare quei gesti e quei movimenti con esso.
L'istruttore (non ricordo chi fosse, so solo che era di Pulfero) penso avvertisse questa mia repulsione, perché non gli andavo a genio.
Un sabato prese la palla al balzo per "torturare" me e tutti quei di Tarcetta. Ci mise in fila per quattro e inizió a farci marciare. Era questo sempre il primo esercizio.
Marciare diritti non era difficile. Ci metteva d'accordo lui col suo gridare: "Passoó, passoó, passoó, cadenza! E facevamo la cadenza sbattendo i piedi per tre volte di seguito. Ma quando si trattava di fare il "voltasiníst" o il "voltadést" erano dolori. Prima di tutto perché quel "siníst" e quel "dést" erano arabo per noi e poi perché, una volta girato, qualcuno doveva allungare il passo, altri dovevano accorciarlo. Cosí ci ritrovavamo sempre con una fila sgangherata e i conseguenti terribili rimbrotti. Piú facile era il "dietrofrónt". Veramente a noi sembrava piú facile, perché bastava girarsi. Eppure a ogni "ditrofrónt" lo sentivamo urlare. Che importanza era (per noi) se facevamo il "dietrofrónt" girando a destra o a sinistra? Bastava girarsi!
Insomma un sabato, prima di iniziare, ci sentí parlare in natisoniano.
Apriti cielo!
Noi di Tarcetta eravamo merde, antifascisti, controrivoluzionari e non ricordo cosa ancora.
Ma il peggio successe quando marciando, anche per colpa dei suoi precedenti rimbrotti, al "voltasiníst" facemmo il "voltadést".
Non l'avessimo mai fatto! Aspettava solo quello.
Incominció a rincorrerci urlando e sicuramente ci avrebbe picchiato se non fossimo scappati. Per fortuna era piuttosto anziano!
Il sabato dopo nessuno volle andare al "sabato fascista" e le famiglie, sentite le nostre motivazioni, non insistettero per obbligarci. L'istruttore protestó, ma presto dopo il "sabato fascista" andó fortunatamente a farsi benedire.
Allora, da bambino, non capivo perché non dovevo parlare la lingua del nonno; oggi, da adulto, non capisco perché, se fossi consigliere comunale di píetar, non dovrei parlare la lingua del nonno e quella di tutte le persone della nostra Valle che ho conosciuto.
Essendo una persona che io stimo colui che mal sopporta questo fatto, desidererei da lui qualche delucidazione per, se non proprio convincermi, almeno aiutarmi a capire.
Forse il Mattelig avrebbe potuto fare una protesta diversa. Allora non solo l'avrei capito ma pure mi trovava d'accordo.
Parlo dell'ambiguitá dei termini sloveno e tutela.
Non si puó fare di ogni erba un fascio, come non si puó dire sloveno e intendere natisoniano.
Dire pane al pane e vino al vino diventa essenziale soprattutto quando ci sono incomprensioni, tensioni o, peggio, polemiche.
Dico subito che se a qualcuno non piace il termine natisoniano lo chiami pure "pincopallino", basta che intenda per "pincopallino" quello che gli abitanti delle Valli parlano. O, se vuole, lo chiami pure "sloveno", ma specifichi "sloveno delle Valli del Natisone".
Perché sloveno e sloveno delle Valli del Natisone sono due lingue diverse.
E anche per quanto riguarda il termine "lingue" chi desidera cambi tranquillamente termine, altrimenti ci perdiamo nei meandri dei "bla, bla, bla".
Una cosa é certa e incontestabile:
alla base della parola c'é la comunicazione; senza la comunicazione la parola é nulla.
Ma se la parola é incomprensibile dove finisce la comunicazione?
Il problema é questo: lo sloveno e il natisoniano non comunicano. Forse comunicavano, oggi sicuramente non comunicano se non in minima parte e a livello puramente familiare. Come, ad esempio, l'italiano e lo spagnolo.
Altro mito fumogeno: il natisoniano é un dialetto sloveno.
Se non vogliamo fare "politica", andiamoci piano e almeno chiariamo le cose. Eventualmente dialetto di quale sloveno o, meglio, di quale famiglia di dialetti?
Io ho sempre saputo che la lingua letteraria nasce dal dialetto e non certamente il contrario!
Il nostro italiano é sorto dal latino letterario? E allora perché lo chiamavano volgare?
Certamente natisoniano e sloveno sono due lingue sorelle, due dialetti, di cui uno si é sviluppato enormemente, l'altro é rimasto lingua contadina. Ma proprio per questo enorme sviluppo in un arco di tempo brevissimo, oggi sono incomunicabili e per questo non esiste interdipendenza fra loro.
Come é importante riconoscere onestamente chi dei due appartiene alla nostra cultura.
A questo proposito si potrebbe facilmente portare motivazioni affettive.
Io personalmente ho toccato con mano quanto la nostra gente era ed é attaccata alla nostra parlata.
Ricordo che mio fratello Efrem (erano gli anni quaranta) per far arrabbiare la zia o il nonno diceva:
"Al razume?"
La zia e il nonno saltavano su e urlavano:
"Mi na díamo razúme, díamo zastópe".
A sottolineare il loro attaccamento quasi morboso alle loro parole, alla loro specificitá.
Se quanto sopra é chiaro come lo é per me, come conseguenza logica si deve parlare di tutela del natisoniano (o sloveno delle Valli del Natisone), non di tutela dello sloveno, intendendo per natisoniano la parlata del nostro luogo e per sloveno la lingua letteraria slovena.
Perché non si puó tutelare nelle Valli ció che nelle Valli non c'é!
Si potrá propagandare, diffondere, divulgare, pubblicizzare, propagare, ma non tutelare!
Tutelare vuol dire proteggere, difendere, conservare. Ma non si puó proteggere, difendere o conservare ció che non c'é.
Come é parimenti chiaro che propagandare, diffondere, divulgare, pubblicizzare, propagare sono atti o forme legittimissimi. Nella chiarezza!
So che queste mie sono solo chiacchiere, che lasceranno il tempo che trovano.
A me la soddisfazione di dirle anche perché nessuno possa mai affermare che non sono state dette!
Nino Specogna
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