Don G. B. Dorboló
Dal percorso della travagliata vicenda umana di don Giovanni Battista Dorboló di Vernasso (1904 - 1945) tracciato da Faustino Nazzi nel volume Il duce lo vuole (Ed. Lipa, San Pietro 1995) sulla base di una precisa e abbondante documentazione, emerge la figura di una sacerdote provocatoriamente trasgressivo, incorreggibile, ribelle, ma anche capace di docilitá e pentimenti; nello stesso tempo insofferente e attaccato al suo stato e alle regole connesse; é stato quello che si dice una personalitá sconcertante.
Ripercorriamo a grandi linee la sua breve e tormentata vicenda umana come ricordata da Franc Rupnik; seguiremo poi don Dorboló nella sua permanenza nella diocesi di Gorizia, in particolare nel breve periodo passato a Sgonico dove incontra persone comprensive in particolare il parroco di Repentabor, don Emil Wester, e la sua domestica Neža Rejc (1886 - 1966), che in oltre cento pagine del suo diario annoterá gli incontri con don Dorboló, ne descriverá la personalitá, gli dedicherá componimenti poetici.
Da questo interessante scritto emerge una figura diversa di don Dorboló, il suo lato piú umano, fragile, il prete che compie il suo dovere che stabilisce un buon rapporto con i confratelli, che sa farsi apprezzare per la sua opera pastorale e per le sue doti umane.
Scopriremo anche quel fatto che determinerá la sua tragica morte, descritta in tutt’altro modo dai documenti riportati da Nazzi.
Sará compito di altri verificare l’attendibilitá e la veridicitá di queste testimomanze.
Giovanni Battista Dorboló nasce il 30 maggio 1904 a Vernasso, ultimo figlio della famiglia numerosa di Giovanni e Antonia.
Dopo la scuole elementari frequenta il seminario di Udine, da qui entra nell’istituto della Consolata di Torino ma dopo pochi anni rientra a Udine dove completa gli studi teologici.
Non senza qualche perplessitá da parte dell’arcivescovo Nogara e del cappellano di Vernasso, don Pietro Qualizza, viene consacrato sacerdote nel 1930.
Due anni é cappellano a San Leonardo, poi nel 1933 (é l’anno della proibizione dello sloveno nelle chiese), a causa della sua condotta e delle sue idee, viene mandato a San Volfango, dove rimane circa un anno.
A causa dei contrasti con gli altri sacerdoti e delle accuse che gli vengono mosse sul suo comportamento chiede e ottiene il permesso di essere trasferito nella diocesi di Gorizia.
Qui dapprima é cappellano ad Ajdovina ('34.'35), poi amministratore parrocchiale a Sgonico ('35-'36), catechista a Monfalcone, cappellano militare in Abissinia ('36-38); in seguito amministratore della parrocchia di Vrab#e ('38-'41) e alla fine cappellano militare in un ospedale presso Lubiana e corriere partigiano.
Viene ucciso da un partigiano il 10 marzo 1945 sul Carso mentre porta una lettera ad un comandante del IX Corpus.
Il suo corpo viene gettato in una fojba.
Dopo un’ultima burrascosa comparsa, assieme all’amico don Giuseppe Drecogna nelle valli
del Natisone e a Cividale, che gli meritarono la proibizione di mettere piede nella diocesi di Udine, don Giovanni Battista Dorboló ebbe la nomina di cappellano di Ajdovina.
La gente, scrive nella sua interessante ricerca il decano di Caporetto, Franc Rupnik, lo accolse bene per il suo carattere cordiale e perché volentieri visitava le famiglie, incontrava le persone nelle osterie, al cinema; celebrava la messa per i soldati italiani ma, secondo le informazioni che arrivavano al prefetto, aveva un comportamento indegno per un sacerdote e perfino incontrava elementi antinazionali.
Il vescovo di Gorizia lo rimosse da Ajdovina e lo nominó amministratore parrocchiale di Sgonico sul Carso, dove fece l’ingresso il 23 marzo 1935.
Nonostante difficoltá e contrasti, forse per don Dorboló fu questo uno dei periodi piú sereni anche perché trovó nel parroco di Repentabor, don Emil Wester, un confratello comprensivo, pronto ad aiutarlo ma all’occorrenza anche correggerlo; stabilí anche una bella amicizia con la perpetua di don Wester, quella Neža Rejc che annoterá nel suo diario le visite di don Dorboló, le poesie e le canzoni che egli componeva in sloveno e i versi che ella stessa scriveva e dedicava anche a lui.
Dagli scritti di Ne#a Rejc emerge la figura e la personalitá di don Dorboló: una prete buono, cordiale, fragile ma capace di solide amicizie, preciso nel compiere il suo dovere di cura d’anime, allegro, amante del canto e della compagnia; quando veniva punito per qualche sua trasgressione era capace di profondi, anche se non duraturi pentimenti; accettava con umiltá i rimproveri e le penitenze che gli venivanno inflitte.
Gli venivano mosse accuse di frequentare troppo le osterie e anche di ballare.
Ma lui si difendeva dicendo che in osteria incontrava le persone e aveva modo di fare loro del bene; riguardo al ballo ribatteva che non aveva mai imparato a ballare.
Neža Rejc annota tutte le visite di don Dorboló nella canonica di Repentabor in occasione delle feste o anche solo per la confessione; ricorda la sua azione pastorale nella parrocchia di Sgonico e alcune circostanze particolari: la benedizione di una cappella nei pressi del paese, le cresime, la festa del patrono san Michele, in onore del quale don Dorboló compone il testo di un canto in sloveno; ma ricorda anche i momenti piú brutti come la sospensione per cinque mesi dalla celebrazione della messa alla quale é condannato perché accusato di aver ballato a Gabrovizza, cosa che lui nega decisamente.
La sospensione viene revocata su intervento di don Wester.
Mentre é a Sgonico, don Dorboló é protagonista di un fatto, che determinerá, secondo le testimonianze raccolte da don Rupnik, la sua tragica fme.
Una sera il sacerdote si trova in osteria con alcuni giovani, in maggioranza originari di Gabrovizza, coi quali beve a loro spese perché non ha con sé i soldi.
Prima di mezzanotte torna in canonica perché deve recitare ancora parte del Breviario ed invita i giovani a fargli visita dopo mezzanotte con la promessa di offrire loro terrano vecchio e nuovo a volontá.
Don Dorboló rientra, termina la recita del Breviario ma alla fine si addormenta sul divano.
I giovani, puntuali, dopo mezzanotte suonano alla canonica; risponde loro la perpetua che li manda via dicendo che il parroco dorme.
Questo «scherzo da prete» non va giú ai sette amici che escogitano una vendetta, secondo loro scherzosa.
Mandano una persona a chiamare don Dorboló perché porti il viatico ad una donna morente. Il sacerdote parte in fretta con il sacrestano, ma quando giunge a destinazione, trova la presunta morente in perfetta salute che si stava facendo il caffé.
Il Dorboló capisce che a tirargli il brutto scherzo sono stati i giovani di Gabrovizza. Immediatamente li denuncia ma a questa condizione: chi non verrá a chiedergli scusa per lo scherzo «sacrilego» dovrá essere punito con la reclusione.
Solo due si presentano e chiedono venia.
Gli altri cinque vengono reclusi ed escono solo dopo aver scontato la pena.
Ma questo fatto rimarrá impresso molto bene nella loro memoria, in particolare di uno.
Di don Giovanni Battista Dorboló si interessó anche Virgil ček, il noto sacerdote, uomo politico, deputato, operatore sociale e culturale triestino.
Nel 1939 in una lettera all’arcivescovo di Gorizia, mons. Margotti, perora la causa di don Dorboló sospeso a divinis con l’obbligo di abbandonare la diocesi entro otto giorni perché accusato di aver ballato in un’osteria.
ček riporta lo sfogo dell’accusato, che giura di non saper ballare, e la testiniomanza dell’oste che assicura che il Dorboló si era trattenuto in una stanza privata e aveva suonato il pianoforte.
Al termine l’uomo politico sloveno assicura che la gente di Vrabče vuole bene al proprio parroco, che si sforza di predicare in sloveno e di offrire un puntuale servizio religioso ai fedeli.
Tra alti e bassi, tra punizioni da parte dell’autoritá ecclesiastica e prolungate assenze, inspiegabili per Neža Rejc che con scrupolo annota ogni sua visita, arriva per don Dorboló la tragica fine.
DOM 1995
Anche in questo caso ci sono discordanze tra i documenti riportati da Faustino Nazzi nel suo libro “Il duce lo vuole “ (San Pietro 1995) e le annotazioni di Neža Rejc.
Il primo riporta una lettera dell’arcivescovo di Gorizia, Mons. Margotti, con questa descrizione della fine di don Dorboló:
«La sera dei lunedí santo (26. 3. 1945) don Dorboló si trovava nella borgata di Prepotto di San Pelagio (Comune di Aurisina, prov. di Trieste, diovesi di Gorizia) con una certa quantitá di farina acquistata nelle vicinanze.
Fu fermato da una pattuglia di partigiani che avevano l’ordine di condurlo al loro comando.
Il povero Dorboló reagí, percuotendo uno dei partigiani, il quale, caduto a terra, estrasse la rivoltella e lo colpí ripetutamente uccidendolo.
Pare che la pattuglia abbia subito sepolto il cadavere in qualche luogo appartato, ma ancora la gente del luogo non sa dove sia sepolto.
Si dice anche che sia stato gettato in una delle foibe esistenti in quella parte del Carso» (pagg. 174 - 175).
Le testimonianze di persone del luogo e di Elsa, la cugina di don Dotboló che gli é stata vicina nel periodo passato a Sgonico, riportate da don Rupnik, danno una versione dei fatti diversa.
All’inizio della guerra don Dorboló si trasferi a Lubiana. A casa scriveva raramente. Quando inizió la guerra partigiana era cappellano in un ospedale e nello stesso tempo anche corriere partigiano.
Un giorno portava un messaggio ad un comando del IX Corpus. A Samatorza, nel comune di Aurisina, andó a salutare degli amici.
Mentre pranzava i partigiani circondarono la casa; uno di essi entró e quando il Dorboló lo vide impallidí: in quel giovane aveva riconosciuto uno di quelli che aveva denunciato a causa dello scherzo che gli avevano fatto chiamandolo a portare il .viatico ad una donna che in realtá era in piena salute.
Il sacerdote mostró la lettera che doveva portare al comando ma dovette seguire il partigiano.
Per strada i due iniziarono a litigare in modo violento; all’improvviso il Dorboló colpí il giovane alla nuca e si mise a correre; ma quello gli sparó contro un paio di colpi che lo raggiunsero.
Il sacerdote stramazzó a terra invocando tutti i santi. Il partigiano denunció il fatto al suo comando; dosi Dorboló venne in seguito spogliato e gettato in una fojba.
Questa testimonianza é stata raccolta da una cugina presso una persona che aveva sentito raccontare del fatto il partigiano che aveva ucciso don Dorboló.
Nel dopoguerra il suo corpo venne riesumato e benedetto dal parroco Franc vara: al collo aveva ancora il colletto da prete.
Tra le due versioni della morte neanche la data combacia:
la lettera di mons. Margotti parla del 26 marzo,
mentre sullo Status animarum della parrocchia di San Pietro accanto al nome di don Dorboló c’é la seguente annotazione:
«sacerdos» e poi
«occisus Goritiae 10. 3. 1945».
In ogni caso tragica é stata la sua fine, come tormentata e sofferta é stata la sua vita condotta in un vortice di contraddizioni e nello smarrimento di chi non trova la pace con se stesso, il vero senso delle cose e il proprio posto nella Chiesa e nella societá.
Uno dei pochi sprazzi di luce, in base alle vicende riportate da mons. Rupnik, é stata per don Dorboló l’amicizia con il parroco di Repentabor e la sua perpetua, che gli dedicherá questi versi quando saprá della sua morte:
Don Dorboló persona buona
la Provvidenza ha voluto
che tu sulla terra di Sgonico
terminassi la tua sofferta vita.
Sei diventato vittima della guerra,
ammazzato da una pallottola
l’odio in cambio dell’amore
ti ha ucciso e gettato in una fojba.
Tanto hai amato Sgonico
sei forse diventato il suo santo?
Innocente hai affrontato una terribile morte
ma Dio ti ha dato la giusta paga.
L’arcangelo san Michele
si é forse preso cura di te
ed ha pregato il buon Dio
di metterti tra i martiri.
Maria non ti ha dimenticato?
sará sempre la tua luce.
All’Immacolata ha cantato Ave
e il suo eco é arrivato al cielo.
G- B.